Ci sono ferite che non si vedono. Non sanguinano, non lasciano cicatrici sulla pelle, ma abitano silenziose dentro di noi come stanze chiuse da troppo tempo. Il trauma ha questa caratteristica: si nasconde, si mimetizza, cambia forma, ma continua a vivere sotto la superficie. Per anni può rimanere lì, muto. Fino a che qualcosa, un ricordo un odore una parola, lo risveglia. E’ in quel momento che l’inchiostro diventa un alleato. Scrivere non cancella il dolore, non offre scorciatoie. M a apre una porta; permette di guardare il trauma da una distanza nuova, più sicura. Le parole diventano un contenitore: possono reggere ciò che pesa troppo, possono dare forma a ciò che dentro è caos. Quando metto il trauma su carta accade qualcosa di prezioso: non sono più io ad essere plasmata da lui, sono io che scelgo come raccontarlo. Ed in questo atto semplice ritrovo un frammento di controllo, una voce che pensavo di aver perso. La scrittura non guarisce in un istante, ma accompagna. Aiuta a riconoscere le emozioni che evitavo, a rileggerle con occhi più gentili. Mi permette di distinguere ciò che è accaduto da ciò che sono diventata. E soprattutto mi insegna che il dolore non è un capolinea: è una pagina, una tra le tante.
Perchè tra trauma ed inchiostra c’è un passaggio segreto: la possibilità di trasformare il dolore in racconto, il racconto in comprensione, e la comprensione lentamente in libertà….

